L’ambiente narrativo | Luce d’estate ed è subito notte, di Jón Kalman Stefánsson

Mi capita spesso di ricevere richieste di collaborazione da parte di autori e di autrici che alla domanda «che cosa vuoi raccontare?» rispondono che intendono narrare la vita di un luogo in particolare. Spesso è il luogo in cui sono nati e che per qualche ragione nel corso della loro vita hanno lasciato, altre volte si tratta di un luogo che li ha affascinati al punto tale da riuscire a sentirne “la voce”. Di norma non hanno un personaggio, ma solo l’abbozzo di un personaggio che potrebbe adattarsi a quell’ambientazione, ma a cui manca uno sviluppo che giustifichi la scelta del contesto. E hanno una suggestione per un tema, ma non la piena consapevolezza necessaria a modellare l’ambiente narrativo sulla base di quel tema senza correre il rischio di disperderlo in una confusa ragnatela di temi minori. Probabilmente anche a questi scrittori è capitato, come a me, di leggere romanzi in cui la vicenda narrata sembra il pretesto per avere l’occasione di mettere in scena un determinato scenario. È un fenomeno che si verifica soprattutto nella fantascienza e nel fantasy, forse perché il primo piacere per chi scrive storie di questi generi è proprio quello di immaginare scenari diversi da quelli quotidiani. I kolossal hollywoodiani ci hanno abituato a pensare che uno scenario fantastico, con elementi sorprendenti, costituisca già di per sé la base di una storia – ma non è così. Una città del futuro, una società di stampo feudale e un “what if?” sono un presupposto dal quale partire per costruire una storia, ma non sono sufficienti.

In La scienza dello storytelling (Codice, 2020) Will Storr ricorda come l’esigenza primaria degli esseri umani sia riuscire a controllare il proprio mondo, in modo da ottenere ciò che vogliono. Scrive Storr: «Per gli umani moderni controllare il mondo significa controllare gli altri, il che significa riuscire a capirli.» La ragione per cui ci nutriamo di narrazioni è che siamo interessati alla vita delle persone, e in particolare a quel momento in cui un cambiamento inaspettato le spinge a una reazione. Nella vita è dall’ambiente in cui viviamo che giungono gli stimoli inattesi ai quali dobbiamo reagire: ecco perché anche scrittori e scrittrici alle prime armi capiscono intuitivamente l’importanza del contesto. Tuttavia, quando iniziamo a ragionare come narratori e narratrici, dobbiamo tenere presente che ogni ambiente a cui ci interessiamo è il prodotto di una visione soggettiva, ed è quella visione a rendere la storia interessante.

Il primo autore con cui ho lavorato mi ha detto di voler scrivere della sua città natale perché attorno a essa si sono affastellati così tanti pregiudizi che chi non ci ha mai vissuto spesso non riesce a capire come le cose in realtà siano molto diverse. Lavorando insieme ci siamo resi conto di come in realtà il contesto di quella città, bilingue, e in cui convivono a fatica modernità e tradizione, rispecchiasse il sentimento principale dell’autore in relazione alla storia che voleva raccontare: quella di un uomo spaccato in due tra l’ansia per il futuro del mondo e il desiderio di crearsi una famiglia. Similmente, se proviamo a riflettere sulle ragioni per cui sentiamo l’esigenza di raccontare la vita in pianura padana, per esempio, forse scopriremo che è perché in un simile contesto sono particolarmente evidenti gli effetti dell’industrializzazione sulle province rurali e della dipendenza dei piccoli centri dalla grande città, e il peso che questo può avere su chi ci è nato e ci vive. Procedendo in questo modo puoi rintracciare il tuo tema, ovvero la risposta alla domanda «di cosa parla la tua storia?»

La risposta alla domanda «di cosa parla la tua storia?» non potrà mai essere «della provincia padana» perché la provincia padana è un ambiente narrativo e non un tema.

Modificando il tema cambierà il punto di vista sulla tua storia e quindi cambierà radicalmente anche la storia, invece modificando l’ambiente narrativo e mantenendo il tema la storia resterà più o meno inalterata. Ti basti pensare che il romanzo di Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (o Il cacciatore di androidi) da cui è tratto Blade runner è ambientato a San Francisco e non a Los Angeles come il film. Il grande impatto emotivo di Blade runner non è tanto imputabile all’ambientazione in una Los Angeles del futuro (ambiente narrativo), quanto al fatto che il contesto futuristico, in cui esseri umani e androidi si trovano a convivere, fornisce l’occasione di riflettere sull’autenticità dell’esperienza soggettiva e sul valore della vita (tema). Quello che ci consente di appassionarci alla storia è che Rick Deckard è un essere umano (?) alle prese con grandi dubbi esistenziali e problemi comuni a molti esseri umani.

Il rischio che si corre quando si intende “raccontare un luogo” senza aver riflettuto a sufficienza sull’aspetto tematico è quello di costruire un tipo di narrazione autoreferenziale, basata su un’esperienza soggettiva e limitata, in cui solo chi ha conosciuto direttamente quel luogo si può ritrovare. In altre parole, nel desiderio di aprire la propria visuale per offrirla al mondo esterno si rischia invece di chiuderla, ottenendo così un effetto escludente ed estraniante. Per capire cosa intendo prova a pensare di trovarti per la prima volta in visita in una città straniera e di sedere a un grande tavolo in compagnia di persone del posto che, trascinate dall’allegria conviviale, cominciano a parlare di aspetti della vita quotidiana locale come se stessero proseguendo un discorso avviato da tempo. A te mancano ovviamente tutti i riferimenti per comprendere quello di cui stanno parlando (per esempio se menzionano i problemi della linea ferroviaria e tu hai sempre vissuto in una località in cui non c’è mai stata neppure una stazione) ma se il focus del discorso si spostasse sulle conseguenze emotive di quelle situazioni (per esempio sull’ansia causata dai continui ritardi che costringono ad accumulare richiami da parte dei propri superiori) in forza di un’esperienza umana condivisa riusciresti anche tu a sentirti parte del discorso.

Il mio consiglio è quello di scegliere l’ambiente narrativo in funzione del tuo tema. Un esempio di viva chiarezza è dato da quello che fa Jón Kalman Stefánsson in Luce d’estate ed è subito notte (Iperborea, 2013). Conosciuto per essere il cantore dell’Islanda, Stefánsson restituisce un magnifico quadro di un luogo attraverso le storie di chi lo vive. Usa il pretesto dell’ambientazione in un paesino islandese per raccontare storie di infinite solitudini. «A volte nei posti piccoli la vita diventa più grande» è la citazione scelta da Iperborea per la quarta di copertina – e quando la vita si fa grande gli esseri umani si sentono soli, nella loro incapacità di comprenderla e affrontarla. Sono i luoghi in cui una ragazza può scatenare il caos per la sua abitudine di non portare il reggiseno, e il direttore di un’azienda può decidere di mollare lavoro e famiglia perché all’improvviso tutto questo gli appare insignificante in confronto alle stelle e all’universo; in cui un uomo che ama profondamente sua moglie si ritrova a tradirla senza sapere il perché, e chi se ne è andato spesso fa ritorno perché fuori, nella frenesia e nelle folle delle grandi città, non è riuscito a trovare niente di tanto essenziale.

Matthías si rivelò capace di trasformare ciò che consideravamo normale e ovvio in insensatezza e assurdità. I fantasmi, dice, perché non dovremmo prenderli in considerazione, ci sono così tante cose più insensate dei fantasmi, ecco un esempio lampante: milioni, decine di milioni di persone credono che i bianchi americani di mezz’età siano una fortuna per le altre nazioni del mondo – conservatori, ottusi e bellicosi, ciechi alle sottili trame della vita, al futuro minacciosamente fragile della terra. Ma noi li esaltiamo, invece di combatterli.

Non sono tutte sciocchezze, le sue.

E sai anche che molti qui, e intendiamo qui in Islanda, in questo briciolo di terra sotto il cielo che si spalanca infinito, vorrebbero soltanto potersi sedere sulle spalle di quella gente, sentire il calore del loro collo. Puoi spiegarcelo tu? Siamo allo sbando, ci hanno strappato la terra sotto i piedi, siamo appesi al vuoto, e non è un pensiero incoraggiante. Sai anche che se continuiamo a vivere come abbiamo fatto finora, e adesso parliamo dell’umanità intera – a volte facciamo grossi salti – se non cambiamo il nostro modo di vivere, fin nella quotidianità, per noi arriverà la fine.

Ho evidenziato nel testo di Stefánsson due passi chiave dai quali appare evidente come la scelta del contesto («un briciolo di terra sotto il cielo che si spalanca infinito») si sia rivelata alla sua sensibilità particolarmente adatta per veicolare un messaggio universale: subito dopo infatti il narratore, nella sua voce peculiare, si permette un “grande salto” per collegare l’esperienza degli islandesi a quella di tutti gli esseri umani.

Ti va di approfondire l’argomento? Scrivimi.