Cosa scrivo

Ho iniziato a leggere ancora prima di andare a scuola. A undici anni ho provato a scrivere un best seller sullo stile di Via col vento con la Olivetti di mia madre e da allora non mi sono mai fermata. Mi piace sperimentare stili e generi sempre diversi.


Per l’antologia di racconti Ritorno a Hanging Rock (Arcoiris, 2021) ho scritto Una volta io sono scomparso [NOF4 was here], un racconto perturbante sulla malattia delle parole e altre afflizioni dell’animo umano.
Inizia così:

SE [L 1900
±± Cara Milena, rispondo alla tua cartolina con un mese di ritardo ±±

Di nuovo, quel pazzo. Salta fuori ogni volta che cerco resti di cibo nelle crepe lasciate aperte dal muro. E vai a capire se esiste ancora, il muro. In un dato momento rendeva visibile il perimetro dell’edificio noto come Ferri, linguaggio degli esseri umani, sul lato del cortile, dove gli occhi dei ciechi si inventano frotte di vegetazione opprimente sul punto di stritolare qualcuno. Chi era costretto a muoversi soltanto sulle zampe vi giunge attraverso un cancello affogato dall’edera lustra, seguito o preceduto (dipende dal senso in cui ci si muove) da una scalinata in pietra erosa dalla marea crescente delle erbacce, racchiusa dentro un tunnel vegetale che soltanto la mia gente sapeva aggirare. Per le anime prive di piume non c’è alternativa al passaggio consapevole all’interno della stretta del fogliame – che assorbe le ultime stille di luce nell’intreccio dei rami e che ha il duplice scopo (dipende da dove si guarda) di proteggere o ingoiare. In molti, scivolando in quella stretta, sono stati atterrati da un incontrastabile istinto alla resa: come questo pazzo qui, che era concluso ancora prima di arrivare. Mia madre, dice a nessuno, perché non parla mai, mi ha lasciato in un orfanotrofio a Roma e non è più tornata a prendermi. Così, sono scomparso.

Maggio 2022

Per Nazione Indiana, un progetto dell’Associazione Culturale Mauta, ho scritto Il nostro tempo insieme, racconto intessuto di simboli e vagamente ispirato a Il nuotatore di John Cheever.
Lo ha pubblicato Giorgio Mascitelli e inizia così:

«Questa ora è la mia casa, pensa, mentre lui già richiude la porta, le sfila la giacca del completo di cotone leggero. La luce in salotto muta un filo di polvere in sabbia che scende a indorare la superficie del tavolo, delle poltrone; la scaccia con il palmo della mano, la guarda accumularsi altrove. Anche la polvere è parte di lui, viene da un tempo in cui viveva senza sapere che lei esisteva. Inconcepibile ora quel tempo, ora che loro due sono una cosa sola. Ora che lei spinge le scarpe in un angolo e pensa, è qui che inizia il nostro tempo insieme.»

Febbraio 2022

Per Micorrize, rivista letteraria online di Antonio Russo De Vivo ho scritto Giovani di buona volontà, un racconto umoristico dalla struttura ispirata a quella di Un giorno ideale per i pescibanana di J.D. Salinger.
Inizia così:

«Tre quarti d’ora dopo si viene a sapere che un tizio è saltato sui binari alla stazione di Chiari e che il treno precedente gli è passato sopra e lo ha spappolato.
Il ragazzo del 17 A smette di cercare di catturare il magikarp apparso al di là del finestrino e dopo aver formulato un porcamadonna che rimane dentro la sua testa si domanda a quale scopo fermare il traffico ferroviario se ormai il tizio è bello che andato; poi sente la sciura dal sedile davanti informare il marito – che non la sta ascoltando – che a detta del capotreno i vigili del fuoco stanno cercando di rimuovere il cadavere e che l’operazione, come si può intuire, non è proprio facilina.»

Dicembre 2021

Per La Nuova Verde, rivista letteraria online che mi ha fatto da agenzia matrimoniale, ho scritto Diciannove giorni a Natale, un racconto umoristico basato su una conversazione realmente avvenuta alla trattoria Le Tre Ciöse di Orzinuovi (BS).
Inizia così:

«Ma lo hai visto quel tizio al supermercato, per poco lo stendo, non aveva capito che sei sordomuta, tirati su la mascherina, tirati su la mascherina, ma sei scemo o cosa, mia zia è sordomuta, legge solo il labiale, come faccio a parlarle se non mi legge il labiale, tirati su la mascherina, quello scemo, ha avuto fortuna che stava dentro il supermercato, ma questi sono bresciani, la bassa bresciana, Natali’, la bassa, sai che vuol dire la bassa, sono tutti contadini, i bresciani sono tutti contadini, guarda, ti fanno pagare perfino il caffè, la bassa, tadini, sai cosa vuol dire, nebbia, zanzare, pioggia in continuazione, da qua te ne devi scappare… oh, mancano ancora diciannove giorni a Natale.
Pemmé codogna capita.»

Dicembre 2021

Per Micorrize, rivista letteraria online di Antonio Russo De Vivo ho scritto Come se non ci fosse mai stata, racconto che si compone di una sezione classica e di un’altra “non creativa”: entrambe raccontano la medesima storia ma in modi diversi.
Inizia così:

«e così ricominciamo.
la sveglia regolare, la colazione sana. un unico caffè, da farselo bastare per tutta la giornata. e acqua, ci vuole molta acqua per ripulire il sangue dai residui dei suoi cocktail a base di birra cortisolo e calcoli biliari. in cucina non c’è niente che mi ricordi di lei, come se non ci fosse mai stata. quando si sveglia in quel modo di solito prende la scopa e comincia a spazzare. che sia il pavimento suo o di qualcun altro poco importa, si alza si veste e comincia a spazzare. e quando ha spazzato via tutto sparisce anche lei: sopra un treno o oltre l’angolo in fondo alla strada o dietro la patina secca degli occhi. non lascia mai niente di sé, e ogni volta è sempre meno. e io che credevo, no, non lo credevo. l’errore, mi dicono, è proprio aspettarsi ogni volta lo stesso finale. e così tu dici: strano; mi dici è stato strano, e stai solo ripetendo quanto ho appena detto io. strano davvero, questo affare di te e di me. non si capisce mica com’è che si è finiti a stringersi così. tutte le ossa nel posto sbagliato. tu che parli una lingua che mi accarezza il cervello e pretendi di avere un potere sulle mie reazioni chimiche solo in virtù del fatto che con altre ha funzionato. e io che non ti perdo mai di vista mentre ti appropri dell’incavo della mia mano per riempirla del pelo che ti cancella la faccia, e non capisco per quale ragione dovrei lasciartelo fare. perché la tua voce ha pure un timbro familiare, ma non mi dice niente che mi aiuti a tollerare il formicolio delle dita. non hai risposte per nessuna delle mie domande, solo brutte conclusioni masticate così a lungo da ridursi ormai all’osso, e destinate a qualcun altro. tutte le connessioni logiche saltate, come quel treno che ti ha trattenuto per ore fuori e dentro una stazione a domandarti se fosse proprio il caso di partire.»

Maggio 2021-Agosto 2021

Insieme a Francesco Quaranta ho scritto per La Nuova Verde un testo satirico a puntate ispirato al Kamasutra, ma che ne rovescia gli intenti. Il Tratado sobre contraerotismo (perché al mio partner in crime piaceva giocare su un’improbabile traduzione dallo spagnolo) è uscito in quattro episodi e finisce più o meno così:

«[1] Il complottista è un negazionista dell’orgasmo, egli ritiene che il sesso sia un’invenzione degli sviluppatori di Tinder per portare profitto alle case produttrici di bambini. [2] Egli approccia le partner in maniera petulante e nelle loro reticenze trova conferma della Congiura dei Savi di Sion. [3] Per eccitarsi, secondo gli insegnamenti millenari del vate Adam Kadmon, analizza approfonditamente e smonta filmati porno trovati in rete, dicendo: “sono solo effetti speciali”. [4] Generalmente egli esprime riguardo la sessualità delle teorie raccolte tramite il cugino, il quale giura di aver origliato i segreti sussurrati da due uomini dentro un baretto mentre parlavano del cameriere, il quale a sua volta avrebbe appreso notizie più o meno certe da un bollettino di cronaca vera di qualche decennio prima. [5] Il complottista è dunque convinto che le mestruazioni siano una bufala architettata dai Cavalieri Templari e che non vi sia nulla di nota sotto i reggiseni imbottiti. [6] Infine, nonostante i numerosi tentativi di ottenerlo, egli è feroce oppositore dell’appagamento sessuale: “Se Dio avesse voluto che provassimo piacere nel sesso”, dice, “ci avrebbe fornito i link alle fonti”.

NOTE:
[1] In alcune versioni che circolano su Reddit, la lobby delle cicogne gioca un ruolo preponderante.
[3] Diceria poi ripresa dal lungometraggio Fluffers vs reptilians di John Carpenter.
[5] Le famose teorie del “Sang Réal” e della “Tetta piatta”.»

Novembre 2021

Sempre per La Nuova Verde ho fatto in una notte un esperimento di letteratura sostenibile: ho scelto un racconto di Alessio Mosca che la rivista aveva pubblicato e ne ho scombinato tutte le parole per riallinearle in un testo completamente nuovo. Quello che è rimasto fuori l’ho messo nel titolo.
Inizia così:

Il ragazzo fu svegliato dal concepimento; quale bestia capì cosa stava succedendo. Un dio volubile, eccolo che corre davanti alla stalla come il rigurgito di un bambino che cercando di muggire aveva svitato la tazza del cesso. Il ragazzo scivolò giù dalla luna che ringhiava incattivita; pensò a una creatura lieve, incontemplata, figlia libera del mare sotto il sole di nessun dio, pelle fragile, perlacea, occhietti che tutto vedevano e tutto sapevano e un nudo incavato come se non avesse zigomi, gonfia di pietà per quest’uomo che scappò dal suo sguardo nel pozzo nero del cuore, ma anche i denti, occhi azzurri, labbra, il corpo da night club dove puttane nigeriane e ucraine sfilano coi loro culi colorati e sognano di vincere Miss Agro Pontino, e turbanti. Quando arrivò una brodaglia, una pozza di melma biancastra che gli intrugliava una mano e sembrava fuoriuscirgli senza sosta. Alla vista di quello spettacolo il ragazzo si tolse la maglietta e cercò di ripulire quello che aveva fatto cercando in qualche modo di arrestarne il flusso. Poco dopo i contadini sfondarono il petto con il canto, dolcemente, nessuno poteva azzittire i loro cori. Accasciate in piedi le bestie giacevano su un fianco come fossero crollate all’improvviso. Solo ruminava un vitello ancora dal muso, quel canto gli brucia le orecchie e ancora lo fa affogare nel canto, il contadino era alto.

Luglio 2021

Per In Allarmata Radura, la rivista culturale online di cui sono redattrice e social media manager, ho scritto un testo ibrido sotto forma di saggio narrativo in cui azzardo un accostamento tra le figure di Emily Brontë e Philip K. Dick.
Inizia così:

Ci sono due romanzi, Radio Libera Albemuth Valis, che raccontano la medesima storia in due modi diversi. Ci sono due protagonisti in entrambi i romanzi, per un totale di quattro personaggi principali. Uno dei due, e quindi due dei quattro, è Philip K. Dick; l’altro è il suo alter ego letterario, ovvero il destinatario di visioni inviate da un sistema superiore che il romanziere è incaricato di tradurre nel linguaggio della fantascienza.

C’è un romanzo, Cime tempestose, che racconta un’unica storia come se fossero due. Ci sono due protagonisti in entrambe le storie, e ci sono due narratori che non coincidono con i personaggi principali di nessuna delle storie. Entrambi i narratori, posti l’uno dentro l’altro come all’interno di una ruota Yin e Yang, sono Emily Brontë, e si scambiano il racconto di una vita con un movimento che va dall’interno dell’uno all’esterno dell’altro, nella preoccupazione di trovare il mezzo comunicativo più adatto a liberare la vicenda dal coinvolgimento umano.

Settembre 2018

Per Guida 42, Rivista letteraria “sui generi”, n. 1 (2018) dedicato ai cyborg ho scritto La chiave, un racconto in stile cyberpunk ispirato alla raccolta “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson e in cui non c’è neanche un punto.
Inizia così:

«potrebbe essere finita  Shantenaz o forse no, lancio il programma di recupero e ti vedo così come ti ho salvata nella mia memoria, eri ancora una lucertola allora una tossica dei bassifondi, succhiavi batterie dei cellulari e ti accoppiavi con gli impianti di condizionamento leccando via il lubrificante da pompe e alternatori, avevi già cominciato spontaneamente a mutare, separavo linee e ombre dai contorni del tuo viso isolando i dettagli registrando i tuoi feedback sonori, la tua voce proiettata verso un registro di basso, era in corso una tempesta quella notte, la stessa lunga notte che dura da anni ormai, gli stessi magnetismi azzurri e rossi degli archi aurorali in cui mi è parso di dissolvermi mentre mi connettevo, un riflesso d’interfaccia ma non lo sapevo allora, fui rapido a classificarlo come errore di sistema, mi ero infettato con un programma di poesia ferale del ventiduesimo secolo, mi aveva reso malinconico»